La discriminazione razziale si manifesta in tutti gli ambiti della vita. Quelli citati più spesso dalle persone discriminate sono il contesto lavorativo, lo spazio pubblico e la scuola.
Non c’è ambito della vita in cui la discriminazione razziale non sia presente. L’illustrazione indica i contesti menzionati più spesso dalle persone discriminate nell’indagine sulla convivenza in Svizzera CiS 2024: il 52 % ha citato la quotidianità lavorativa e la ricerca di un lavoro, il 36 % lo spazio pubblico e il 29 % la scuola (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco).
Selezionare il criterio nella barra sopra il grafico e la fonte di dati nel menu a destra. Passare con il cursore del mouse sul grafico per visualizzare i valori delle varie voci.
Che la discriminazione razziale sia particolarmente diffusa nel contesto lavorativo, nello spazio pubblico e in ambito scolastico risulta anche dall’analisi Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto (xlsx, in tedesco), realizzata nel quadro dell’indagine CiS dal Forum svizzero per lo studio delle migrazioni e della popolazione SFM dell’Università di Neuchâtel (nel seguito CiS/SFM).
A questo riguardo è importante rilevare che nell’analisi è stata considerata soltanto la parte della popolazione che ha vissuto esperienze di discriminazione razziale. Ne consegue che, a seconda del tema, le occorrenze sono poche e non permettono di trarre conclusioni significative. Se erano inferiori a cinque, le occorrenze non sono state considerate nelle valutazioni (per maggiori informazioni: «Fonti e metodi»).
Nel complesso l’indagine evidenzia che le persone con retroterra migratorio sono discriminate più spesso. Il retroterra migratorio sembra costituire un ostacolo soprattutto per l’accesso al lavoro e all’alloggio, ma anche nei contatti con l’amministrazione pubblica (per maggiori informazioni: «Chi si discrimina?»).
La categoria «persone con retroterra migratorio» include persone con entrambi i genitori nati all’estero. Non vi rientrano le persone di nazionalità svizzera con un solo genitore nato all’estero né le persone di nazionalità straniera nate in Svizzera con entrambi i genitori nati in Svizzera (definizione dell’Ufficio federale di statistica).
In altri ambiti (settore sanitario, spazio pubblico, bar, tempo libero e sport, famiglia, Internet e partecipazione culturale), le discriminazioni sono invece più frequenti tra le persone senza retroterra migratorio. I dati disponibili non permettono di spiegare in modo attendibile le cause di questa differenza. È tuttavia un dato di fatto che anche le persone senza retroterra migratorio possono far parte di gruppi razzializzati o quanto meno essere considerate appartenenti a uno di questi gruppi (per maggiori informazioni: glossario, voce «razzializzazione»).
I servizi di consulenza registrano il numero più elevato di casi di discriminazione razziale nell’ambito della scuola, seguito da quelli nell’ambito del quotidiano lavorativo, dello spazio pubblico e dell’amministrazione pubblica. Verosimilmente la cifra sommersa è tuttavia alta: le persone interessate, infatti, non sempre si difendono; i motivi possono essere strutture di potere o di dipendenza, forme di discriminazione razziale subdole e quindi difficili da riconoscere o dimostrare (razzismo strutturale) oppure la mancanza di fiducia nell’utilità di una segnalazione, un reclamo o una consulenza. Per ovviare a questa situazione, le organizzazioni, istituzioni e aziende dovrebbero garantire che la discriminazione venga tematizzata al loro interno e che vengano adottate misure per combatterla.
Vi sono infine indizi documentati di discriminazione istituzional-strutturale nei seguenti ambiti: lavoro, alloggio, autorità e naturalizzazione, politica e, in parte, sicurezza sociale, polizia e giustizia (fonte: studio sul razzismo strutturale).
Gli ambiti della vita in dettaglio
Nel 2024, il 52 % delle persone discriminate ha dichiarato che gli episodi si sono verificati nell’ambito del lavoro: il 43 % nel quotidiano lavorativo e il 24 % nella ricerca di un impiego. Il retroterra migratorio è particolarmente rilevante in quest’ultimo ambito, visto che nel 31 % dei casi le persone interessate avevano un retroterra migratorio, contro il 10 % che non l’aveva (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco).
Anche altrove si riscontra che l’accesso al mercato del lavoro è difficile soprattutto per le persone immigrate o con retroterra migratorio. Per maggiori informazioni: «Economia e lavoro».
Il posto di lavoro, con 169 casi, rimane uno degli ambiti della vita maggiormente interessati dalla discriminazione razziale anche secondo i dati dei servizi di consulenza. Al contrario, la raccolta di casi giuridici della Commissione federale contro il razzismo CFR registra pochissime decisioni vertenti sull’articolo 262bis CP che riguardano l’ambito del lavoro. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che molti casi non presentano il grado di intensità o il carattere pubblico previsto dalla norma penale; è inoltre possibile che molte persone evitino di adire le vie legali anche per motivi legati a rapporti di dipendenza o per paura delle conseguenze. Un quadro simile emerge dallo studio pubblicato nel 2025 dalla CFR «La protezione contro la discriminazione razziale nel diritto privato – Analisi e proposte di soluzioni» per quanto riguarda la protezione contro la discriminazione nel diritto privato: in ambito lavorativo, le persone interessate esitano a ricorrere alle vie legali soprattutto a causa della dipendenza dai datori di lavoro o per paura di venire svantaggiate professionalmente.
Il razzismo è lungi dal riguardare soltanto gli adulti: delle persone che affermano di essere state discriminate a scuola, negli studi o nella formazione continua, il 40 % dichiara che gli episodi si sono verificati durante la scuola dell’obbligo, che è anche il titolo di studio più elevato conseguito. Il 21 % ha invece concluso una formazione terziaria in una scuola universitaria o una scuola professionale superiore (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, solo in tedesco). Il 32 % ha infine ultimato una formazione di livello secondario. Più il titolo di studio è elevato, più è bassa la percentuale delle persone discriminate. Tra le persone con una formazione scolastica obbligatoria sono particolarmente numerose quelle con retroterra migratorio.
L’ambito scolastico è il terzo per discriminazioni razziali, dopo il lavoro e lo spazio pubblico. Le segnalazioni aumentano di anno in anno (fonte: CiS/SFM).
Gli episodi nelle strutture di custodia diurna, nella scuola e nella formazione figurano addirittura al primo posto dei casi censiti dai servizi di consulenza. Anche qui la crescita è costante. Da notare che i casi di discriminazione razziale in ambito scolastico sono trattati soltanto raramente da un tribunale, in quanto non è dato il carattere pubblico che li rende punibili in virtù della norma contro la discriminazione del Codice penale. Sembra comunque che le vittime privilegino soluzioni alternative anche per altri motivi, ad esempio il rapporto di dipendenza o il timore di conseguenze negative.
Anche sul mercato dell’alloggio si riscontrano discriminazioni e svantaggi strutturali. Un’indagine empirica nazionale del 2019 condotta dall’Ufficio federale delle abitazioni UFAB evidenzia che le persone con un cognome kosovaro o turco hanno nettamente meno probabilità di essere invitate a visitare un appartamento rispetto alle persone con un cognome percepito come svizzero o di un Paese confinante.
Il razzismo nella ricerca di un alloggio figura al quinto posto nell’indagine CiS 2024 (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell'esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco). A esserne più colpite sono le persone con retroterra migratorio (il 23 % rispetto al 10 % di persone senza retroterra migratorio).
I casi trattati dai servizi di consulenza (53 su 1211) rimangono stabili nel confronto annuo e non lasciano intravedere una tendenza chiara.
La raccolta di casi giuridici della CFR non riporta nessuna decisione o sentenza emessa da un organo giudiziario in relazione a una violazione della norma penale contro la discriminazione (art. 261bis CP) nel settore dell’alloggio. Anche nel diritto civile la giurisprudenza sulla discriminazione razziale è praticamente inesistente in questo ambito. Lo studio della CFR «La protezione contro la discriminazione razziale nel diritto privato – Analisi e proposte di soluzioni» giunge alla conclusione che le asimmetrie di potere tra locatori e locatari e la scarsità di alloggi rendono ancora più difficile adire le vie legali per opporsi a pratiche discriminatorie. Già nel 2015 uno studio definiva lacunosa la situazione nel diritto penale e ancora più precaria nel diritto civile (fonte: sottostudio 6 sul razzismo [in francese] dello studio del CSDU sull’accesso alla giustizia in casi di discriminazione razziale).
Sono pochissimi gli episodi di discriminazione razziale in ambito sanitario rilevati nell’indagine CiS e nella statistica dei casi trattati dai servizi di consulenza. Nel confronto annuo i casi trattati dai servizi di consulenza segnano un leggero aumento, ma rimangono sotto la soglia del 10 % dei casi complessivi.
In generale la discriminazione razziale in ambito sanitario è ancora poco studiata. Da alcune ricerche svizzere emerge che i gruppi svantaggiati della popolazione, tra i quali figurano le persone con retroterra migratorio, si ammalano più spesso. Questi studi confermano inoltre la correlazione tra l’insorgere di problemi di salute e le esperienze di discriminazione razziale. Gli indicatori dell’Ufficio federale di statistica UST mostrano ad esempio che la migrazione può avere ripercussioni negative sulla salute se accompagnata da caratteristiche come uno statuto sociale basso (in termini di livello di formazione), condizioni di lavoro o di vita difficili o la scarsa conoscenza delle lingue nazionali. Si osservano differenze anche nell’accesso alle cure: nel 2023, il 4,5 % della popolazione residente in Svizzera ha rinunciato a cure dentistiche per motivi finanziari contro il 7,4 % della popolazione con retroterra migratorio (fonte: indicatori dell’UST).
Oltre a fattori individuali, gli svantaggi sociali e soprattutto un retroterra migratorio limitano le pari opportunità in ambito sanitario e ostacolano l’accesso a risorse materiali, sociali e culturali. L’assenza di pari opportunità nel campo della salute è una minaccia per la coesione sociale. Per questo le pari opportunità sono state inserite tra le sfide più urgenti della strategia «Sanità2030».
Le statistiche riportano pochi episodi di discriminazione razziale nel settore sociale. Nel 2024, il 5 % delle persone discriminate ha affermato che gli episodi si sono verificati in questo ambito (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco), un valore che si mantiene stabile negli anni. I casi trattati dai servizi di consulenza per discriminazione razziale nelle assicurazioni sociali sono invece aumentati, pur rimanendo a un livello basso.
Il rapporto sugli indicatori dell’aiuto sociale 2024 (disponibile in tedesco e francese) rileva che le persone di nazionalità straniera sono regolarmente indentificate come gruppo a rischio di dipendenza dall’aiuto sociale. I fattori determinanti sono il livello di formazione basso di una parte della popolazione straniera e il non riconoscimento dei titoli di studio. Vi si aggiungono la mancanza di conoscenze linguistiche e l’elevata percentuale di lavoratori stranieri impiegati in settori esposti a oscillazioni congiunturali e in cui sono pagati salari bassi. Secondo gli indicatori dell’integrazione, la quota di beneficiari di prestazioni dell’aiuto sociale rilevata nel 2023 per gli stranieri era circa tre volte superiore a quella registrata per i cittadini svizzeri (il 6 % contro il 2 %).
Questa situazione ha conseguenze negative anche ad altri livelli: un sostegno ridotto dell’aiuto sociale a persone richiedenti l’asilo e ammesse provvisoriamente porta a una precarizzazione delle condizioni di vita, che può essere acuita dall’esclusione basata sull’origine. L’interazione tra provvedimenti in materia di migrazione e provvedimenti di diritto sociale può inoltre accrescere il rischio di discriminazione. Una persona può, per esempio, rinunciare alle prestazioni dell’aiuto sociale in quanto teme che possa essere d’ostacolo alla naturalizzazione o farle perdere il permesso di soggiorno (fonte: studio sul razzismo strutturale).
Infatti, stando al rapporto sugli indicatori dell’aiuto sociale dell’Iniziativa delle città per la politica sociale, dopo che la legge sugli stranieri e la loro integrazione è stata modificata nel 2019, la quota di beneficiari dell’aiuto sociale tra la popolazione straniera è diminuita. Per timore di perdere il permesso di soggiorno, molte persone hanno scelto di non ricorrere all’aiuto sociale benché ne avessero diritto. Come rileva il rapporto sugli indicatori dell’aiuto sociale 2024, è aumentato anche il numero di coloro che per lo stesso motivo hanno rinunciato a misure di formazione.
Il 18 % delle persone discriminate dichiara che gli episodi si sono verificati nell’ambito del tempo libero, dello sport e della vita associativa (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco). Questo ambito si colloca al settimo posto fra quelli più menzionati dai diretti interessati, tra i quali spiccano per numero gli uomini e le persone con un basso livello di formazione. La percentuale delle persone senza retroterra migratorio è più elevata di quella delle persone con retroterra migratorio. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che, sulla base del nome o del colore della pelle, a molte persone viene attribuito un retroterra migratorio che in realtà, stando alla definizione dell’UST, non hanno. Il solo retroterra migratorio non basta quindi a delineare un quadro completo, visto che vengono discriminate anche le persone senza retroterra migratorio. Per una valutazione più precisa occorrerebbero dati aggiuntivi, rilevati attraverso autodichiarazioni, come richiesto da diversi organi internazionali per i diritti umani.
Gli episodi razzisti nell’ambito del tempo libero, dello sport e della vita associativa trattati dai servizi di consulenza e dai tribunali permangono a un livello basso. Presumibilmente sono in calo, una supposizione che andrebbe tuttavia confermata da ulteriori analisi. Il numero di decisioni correlate allo sport e al tempo libero nella raccolta di casi giuridici della CFR è da sempre molto esiguo (fonte: Tangram 41 su sport e razzismo).
Come risulta dalle ricerche condotte in materia, la xenofobia è un fenomeno molto diffuso nello sport. A oggi né il razzismo né la discriminazione razziale sono stati oggetto di studi specifici al contesto svizzero. Da studi di revisione sistematica risulta tuttavia che le persone migranti, specialmente quelle provenienti dai Balcani, dalla Turchia e da Stati extraeuropei, sono poco rappresentate nelle società sportive. È quindi legittimo nutrire qualche dubbio sul tanto elogiato «potenziale d’integrazione» dello sport, che per ora sembra difficilmente raggiungibile, quanto meno senza misure di accompagnamento (fonte: studio sul razzismo strutturale).
La disparità di trattamento e la discriminazione sono tuttavia sempre più tematizzate anche nel mondo dello sport. Attraverso il servizio specializzato Integrazione e prevenzione (pagina disponibile in tedesco, francese e inglese), l’Ufficio federale dello sport UFSPO s’impegna, in collaborazione con Swiss Olympic, per uno sport corretto, sicuro e integrativo. In questo contesto il programma «Sport corretto e sicuro» mira a promuovere, per esempio, l’apertura interculturale e la gestione costruttiva della multiculturalità nelle società sportive.
Nel 2023 è entrata in vigore la versione riveduta dell’ordinanza sulla promozione dello sport, che rafforza la protezione, in particolare di giovani atleti, da violenza, discriminazione e lesioni psichiche della personalità. L’ordinanza prevede tra l’altro l’istituzione di un servizio di segnalazione nazionale indipendente e di un organo disciplinare nell’ambito del progetto «Etica nello sport».
Il 9 % delle persone discriminate dichiara che gli episodi si sono verificati nell’accesso a bar o discoteche (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco). Maggiormente colpiti da questa forma di discriminazione sono gli uomini e le persone senza retroterra migratorio. Nella statistica dei casi trattati dai servizi di consulenza, la percentuale delle persone che hanno vissuto esperienze di discriminazione razziale nell’ambito del tempo libero e della vita notturna è rimasta stabile a un livello basso.
Sono pochi gli studi svizzeri dedicati esplicitamente al tema del razzismo nel tempo libero. Le ricerche disponibili evidenziano tuttavia che le pratiche razziste, ad esempio nell’accesso a discoteche, nei confronti di persone razzializzate possono avere molteplici conseguenze ed essere percepite come un’esclusione e un’umiliazione.
L’8 % delle persone discriminate dichiara che gli episodi si sono verificati nel contesto della partecipazione culturale (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, solo in tedesco). La percentuale è più elevata di quelle rilevate per il settore sociale e la salute. Tra le persone interessate sono leggermente più numerose le donne e le persone con retroterra migratorio.
Secondo l’indagine sulla lingua, la religione e la cultura ILRC condotta nel 2019, il 3 % della popolazione è stato discriminato a causa dell’origine, del colore della pelle o della religione in occasione della partecipazione a un evento culturale. A menzionare più spesso discriminazioni nelle istituzioni e agli eventi culturali sono le persone straniere (il 6 % contro il 2 % di quelle di nazionalità svizzera), ma anche le persone con un basso livello di formazione e minori possibilità finanziarie (fonte: UST, Le attività culturali in Svizzera, ILRC 2019, in tedesco e francese). Secondo l’indagine ILRC 2024, per l’1,2 % della popolazione il timore di essere discriminato in un’istituzione culturale o durante un evento rappresenta un ostacolo alla partecipazione (fonte: UST, Le attività culturali e del tempo libero in Svizzera, ILRC 2024, in tedesco e francese).
In una lettera aperta, oltre 50 artisti neri riferiscono che quando hanno affrontato la questione degli episodi razzisti con le istituzioni culturali, si sono scontrati con atteggiamenti difensivi (fonte: lettera aperta, in tedesco e francese).
Sono in aumento le persone discriminate che dichiarano che gli episodi si sono verificati nei contatti con l’amministrazione pubblica. Secondo la valutazione dell’indagine CiS realizzata dal SFM (fonte: Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco), nel 2024 hanno raggiunto la quota del 13 %. A essere colpiti in maggior misura da questa forma di discriminazione sono gli uomini e le persone con retroterra migratorio.
I casi trattati dai servizi di consulenza riguardanti l’amministrazione pubblica, che figura al quinto posto tra gli ambiti più menzionati dalle persone discriminate, continuano a crescere. La raccolta di casi giuridici della CFR rileva invece un numero esiguo (e in continuo calo) di casi correlati all’amministrazione pubblica o alle autorità.
Secondo lo studio sul razzismo strutturale, questo ambito assume particolare rilevanza in quanto normalmente la popolazione non si aspetta di essere discriminata dalle autorità e dall’amministrazione pubblica. Eppure l’analisi degli studi disponibili fornisce chiari indizi di discriminazione istituzional-strutturale sia nelle procedure di naturalizzazione che in altri settori: le autorità operano distinzioni razzializzate in seno alla popolazione migrante e l’iter delle procedure burocratiche varia secondo l’origine.
In quanto detentrice del monopolio statale dell’uso della forza, la polizia ha una responsabilità particolare nel prevenire e punire il razzismo e la discriminazione razziale da parte di agenti di polizia, all’interno dei corpi di polizia o a livello istituzionale. Ha l’obbligo di evitare la cosiddetta profilazione razziale o etnica (glossario), tra cui rientrano atti razzisti come l’uso sproporzionato della violenza o i controlli discriminatori. Gli organi internazionali criticano regolarmente il fatto che in Svizzera manca una protezione contro i comportamenti scorretti da parte delle forze di polizia.
Il 9 % delle persone, che secondo l’indagine CiS (fonte: CiS/SFM Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco) dichiarano di essere state discriminate, afferma che gli episodi si sono verificati nei contatti con la polizia. A esserne colpiti in misura maggiore sono gli uomini e le persone con retroterra migratorio. La percentuale dei casi di discriminazione razziale nell’esercito, anch’essa rilevata nel quadro dell’indagine, risulta invece estremamente bassa.
Nella statistica dei casi trattati dai servizi di consulenza, il numero di episodi razzisti che vede coinvolte le forze di polizia è aumentato notevolmente, con 76 casi su un totale di 1211 nel 2024 (2023: 58 su 879), ai quali se ne aggiungono sette nella categoria «dogana/guardie di confine». Dal mese di gennaio del 2022, tutti i reclami in relazione a controlli delle persone da parte di membri del corpo delle guardie di confine e della dogana sono trattati centralmente dalla sede dell’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini UDSC a Berna. Per ogni reclamo si avvia un’indagine, si redige una risposta e si procede alla registrazione in una lista di controllo nazionale. Nel 2024 sono stati registrati complessivamente 113 reclami, di cui dieci per controlli razzisti/profilazione razziale.
Lo studio sul razzismo strutturale rileva che in diversi Cantoni emergono regolarmente indizi di prassi istituzionali che presuppongono un sospetto generalizzato in particolare nei confronti di uomini neri, ma anche di persone percepite come asiatiche, musulmane, rom, sinti/manouches o jenisch.
Le discriminazioni nello spazio pubblico hanno molteplici volti e includono il razzismo quotidiano, spesso ambiguo e sottile e quindi difficile da cogliere. Dall’indagine CiS emerge che gli atteggiamenti negativi nei confronti di determinate minoranze come le persone ebree, nere o musulmane sono molto diffusi. Benché non si traducano necessariamente in atti discriminatori, costituiscono un quadro di valori all’interno del quale la discriminazione può essere legittimata.
Lo spazio pubblico e i trasporti sono il secondo contesto più citato dalle persone discriminate (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco). La quota delle persone senza retroterra migratorio (42 %) è più elevata di quella delle persone senza retroterra migratorio (33 %). Dal 2022, la quota di queste ultime è aumentata di 7 punti percentuali.
Per il 2024 la statistica dei casi trattati dai servizi di consulenza censisce 111 casi nello spazio pubblico e 52 nei trasporti pubblici su un totale di 1211. Nel 2024 la categoria «luoghi pubblici» figurava al primo posto nella raccolta di casi giuridici della CFR con 25 decisioni.
Nel 2024 la discriminazione razziale all’interno della famiglia o nella sfera privata si è attestata al 12 % (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco) e ha interessato in misura praticamente identica sia le donne che gli uomini. La quota delle persone senza retroterra migratorio (19 %) è più che doppia rispetto a quella delle persone con retroterra migratorio (8 %).
Per questo ambito, nel 2024 i servizi di consulenza hanno rilevato complessivamente 38 casi.
Sono pochi gli studi o i rapporti dedicati al razzismo strutturale nella cerchia familiare. Alcuni tuttavia segnalano che il razzismo in famiglia può lasciare un segno in particolare sui bambini e sugli adolescenti, ad esempio quando sono esposti a uno squilibrio di potere tra i genitori dovuto a una dipendenza in termini di permesso di soggiorno o a stereotipi sociali.
I media digitali e le reti sociali sono fondamentali per la comunicazione e la diffusione di informazioni. Le condizioni e i meccanismi specifici della comunicazione online fanno sì che le asserzioni emotivamente polarizzanti su temi sociali sensibili attirino maggiore attenzione e generino più commenti rispetto alle esposizioni differenziate e conoscano quindi una diffusione più ampia. Questo favorisce i discorsi d’odio.
L’11 % delle persone discriminate dichiara che gli episodi si sono verificati online (fonte: CiS/SFM, Valutazione del SFM dell’esperienza di discriminazione razziale in base al contesto, xlsx, in tedesco). Questa forma di discriminazione colpisce soprattutto le persone hanno concluso la scuola dell’obbligo o il livello secondario II e interessa in misura maggiore le persone senza retroterra migratorio (18 %) rispetto a quelle con retroterra migratorio (7 %).
Per il 2024 la statistica dei casi trattati dai servizi di consulenza rileva in questo ambito 95 casi su un totale di 1211. Le decisioni riguardanti Internet e i social media nella raccolta di casi giuridici della CFR registrano un lieve aumento dal 2022. Nel 2024 sono state 25, quasi un terzo delle decisioni complessive.
Secondo lo studio sul razzismo strutturale, diverse analisi della produzione mediatica rilevano che i media ricorrono spesso a generalizzazioni nei contributi sulle minoranze. Lo studio evidenzia inoltre che negli ultimi anni i discorsi d’odio di matrice razzista e soprattutto antisemita sono aumentati notevolmente.
Il tasso di discriminazione razziale documentato è in aumento. È quanto emerge dalle indagini, dai casi trattati dai servizi di consulenza e dai casi giuridici.
Chi si discrimina?
Per svariate ragioni, è difficile tracciare un quadro preciso delle persone discriminate. La loro nazionalità, il sesso, l’età o altre caratteristiche forniscono tuttavia degli indizi.
Come si discrimina?
Attacchi verbali, scritti diffamatori, discriminazioni strutturali o addirittura aggressioni fisiche: la discriminazione razziale ha molte facce.
Chi discrimina?
È difficile farsi un quadro preciso degli autori di discriminazione: o non vengono rilevati dati, oppure questi ultimi sono confidenziali. Qualche indizio emerge dall’analisi dei reati.
Atteggiamenti
Nazionalità, appartenenza etnica, religione, lingua, colore della pelle: molte persone sono infastidite dalla diversità. Ma molte di più ritengono che la discriminazione razziale sia un problema serio.